Cianciotta: “Per comunicare bene l’emergenza bisogna investire su formazione e competenze”

Di Stefano Cianciotta

Stefano Cianciotta è giornalista economico e professore di Comunicazione di Crisi aziendale alla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università degli Studi di Teramo. Durante il festival terrà un workshop sul giornalismo in stato di emergenza insieme a Roberta Galeotti (direttrice di Il Capoluogo.it) e Alberto Puliafito (direttore di Blogo.it). Ha scritto questo post per il sito del festival Glocalnews.

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Immagine di YouReporter

Quanto è accaduto a Genova, a soli tre anni dall’alluvione che costò la rielezione dell’allora sindaco Marta Vincenzi, fa tornare drammaticamente al centro del dibattito il tema della prevenzione delle calamità nella Pubblica Amministrazione.

Gli eventi drammatici che hanno colpito negli ultimi anni in successione L’Aquila, Roma, Genova per ben due volte, la Sardegna, la Toscana, l’Umbria e l’Emilia Romagna, impongono un cambio di paradigma della PA, che non può limitarsi alla gestione dell’emergenza (che il sistema della Protezione Civile fa in modo eccellente), ma inevitabilmente deve ricondursi ad un’azione strategica che deve coinvolgere tutti gli attori in campo.

Il comune denominatore che leggiamo ogni volta, infatti, è di una PA incapace di prevedere quanto sta avvenendo, che non ha ancora elaborato un codice di emergenza omogeneo perché manca il dialogo tra gli enti, e spesso la gestione di situazioni calamitose è lasciata più al volontariato che ad azioni coordinate pianificate a tavolino. A Genova abbiamo assistito addirittura a istituzioni dello Stato  – sindaco e Protezione Civile nello specifico – che si sono accusati reciprocamente, a conferma della disorganizzazione che alberga nella PA quando si tratta di prevenire e gestire situazioni di crisi.

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Il Duomo di L’Aquila

I fatti di cronaca della Liguria, quindi, hanno messo ancora una volta sul banco degli imputati la PA e la sua cronica inadeguatezza nel procedere a una corretta analisi del rischio, che presuppone una capacità di predisporre in modo efficiente la propria struttura organizzativa.

I momenti di grande tensione acuiscono una struttura per nulla o poco organizzata, come continua ad essere la PA italiana, la cui precarietà viene messa a dura prova quando si tratta di confrontarsi con situazioni e problemi che hanno un impatto così forte anche sulla pubblica opinione.

La mancanza di organizzazione, infatti, si riflette anche sulle azioni di comunicazione e di informazione, che peccano ancora per l’assenza di una cabina di regia ordinata, e nonostante la fragilità del territorio italiano richiedesse anche un impegno forte in tal senso, gli enti continuano a non dialogare o a dialogare in modo intermittente.

Dall’analisi del rischio potenziale alla sua divulgazione alla comunità locale il sistema della PA deve cominciare a ragionare e pensare all’unisono, evitando di incorrere in inutili parcellizzazioni organizzative, che amplificano l’effetto negativo dell’emergenza, disperdendo in modo inutile risorse preziose. 

Anche la Pubblica Amministrazione, al pari delle aziende private, deve adottare procedure di risk management per prevenire e gestire situazioni di crisi, investendo su figure professionali opportunamente formate non solo sul piano procedurale, ma soprattutto nella gestione delle strategie per mettere a punto una corretta comunicazione di crisi, che abbia nei media e nella opinione pubblica i target privilegiati di confronto.

Un salto culturale, quindi, per contribuire a costruire una Pa che sia efficiente ed efficace non solo a parole.

La prevenzione e la gestione di situazioni di crisi, infatti, sono prima di tutto un fatto culturale perché parte della policy di un’azienda, pubblica o privata, e in Italia  – soprattutto dopo il tragico episodio della ThyssenKrupp a Torino del 2007 – stanno lentamente entrando nel vocabolario del manager.

Sul fronte della formazione e delle competenze, tuttavia, c’è ancora molto da fare. Basti pensare, ad esempio, che solo in quattro Università italiane si insegna la materia, che resta confinata nel campo della probabilità, luogo nel quale gli Italiani continuano a riservare più speranze che coltivare certezze. Pochissimi, inoltre, sono gli eventi dedicati a questo tema, che invece avrebbe bisogno di approfondimenti seri e rigorosi per i giornalisti in vista anche la necessità di svolgere corsi professionali per acquisire i crediti formativi.

La breve testimonianza sul tema della gestione delle situazioni di panico e di crisi che Schettino ha tenuto all’interno di un percorso formativo promosso dalla cattedra di Psicopatologia forense della Facoltà di Medicina dell’Università della Sapienza, è solo l’ultimo episodio in ordine di tempo che certifica ancora una volta quanto sia difficile in Italia instillare nella pubblica opinione concetti che in altri Paesi fanno parte del Dna delle comunità civiche, come resilienza, reputazione, prevenzione e cultura del rischio.

Eppure anche nel nostro Paese ogni giorno manager privati ma anche tanti volontari del Sistema di Protezione Civile operano per prevenire e gestire situazioni di crisi. Proprio su questo tema, dopo i terremoti de L’Aquila e dell’Emilia Romagna, il capo della Protezione civile Gabrielli ha investito energie e risorse perchè anche in Italia diventasse centrale nel dibattito sulla prevenzione del rischio, soprattutto con l’ausilio dei social network e il contributo attivo delle comunità locali.

L’intervista di Gabrielli a L’Aquila ad aprile 2014

 

Invitare alla lezione romana il sistema del volontariato, o i tanti manager che si preparano per gestire situazioni di crisi ed evitare danni di immagine e di reputazione alla propria azienda, sarebbe stato il modo migliore per raccontare un Paese che investe sulla formazione e sulle competenze, e che crede che con il concorso e il sacrificio di tutti il Pil può davvero tornare a salire.

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