Cybersecurity e giornalismo, Raffaele Angius a Glocal: “La protezione delle fonti parte dalla prevenzione”

Raffaele Angius (foto) è un giornalista che si occupa di inchieste, tecnologie di sorveglianza, protezione delle fonti, indagini ambientali e criminalità organizzata. Lavora per la testata investigativa IrpiMedia e nel 2020 ha cofondato Indip, giornale d’inchiesta con sede in Sardegna. È professore a contratto di Privacy e protezione dei dati nel Master in Data Protection, Cybersecurity e Digital Forensics dell’Università di Perugia.

Al festival Glocal 2026, in programma a Varese dal 12 al 15 novembre, sarà tra i protagonisti del workshop “Cybersecurity per giornalisti. Come proteggere sé stessi e le fonti”, un laboratorio dedicato agli strumenti e alle pratiche per difendere account social, caselle di posta e lavoro giornalistico dalle intrusioni informatiche, garantendo alle fonti la possibilità di contattare i reporter in forma anonima e sicura.

Dopo l’intervista a Sonia Montegiove, che parteciperà al workshop come relatrice, proseguiamo il nostro approfondimento sui temi della sicurezza informatica applicata al giornalismo con Raffaele Angius, che ci aiuta a capire quali precauzioni adottare per proteggere le persone che affidano informazioni riservate ai giornalisti e come riconoscere i rischi legati alle tecnologie di sorveglianza.

Cybersecurity per giornalisti, proteggere le fonti è una responsabilità professionale, se ne parla a Glocal

Quando una fonte decide di affidare a un giornalista informazioni riservate, quali passi occorre intraprendere per proteggerla? Quali sono gli errori più frequenti che possono metterla a rischio senza che il giornalista se ne accorga?

«Sebbene sia assolutamente possibile mettere in atto pratiche volte a proteggere le proprie fonti giornalistiche, è difficile individuare un’unica azione che assolva a questo compito. In generale, il giornalista ha il dovere di conoscere le buone pratiche dell’igiene digitale, dotandosi di procedure facili ma precise e, talvolta, di strumenti adatti».

Si tratta di strumenti alla portata di tutti?

«Qui subentra un fattore economico, essendo alcuni dispositivi più costosi. Ma la segretezza della fonte e la sua serenità nell’aiutarci a svolgere il nostro lavoro devono essere di primaria importanza nel quotidiano».

In che modo è possibile garantire questa protezione?

«Certamente questo implica un’attenzione al modo in cui si comunica: si devono sempre usare strumenti dotati di cifratura delle trasmissioni, come l’app Signal, che è gratuita e protetta dalle intercettazioni, rispetto a una normale chiamata».

Ti occupi anche di tecnologie di sorveglianza e giornalismo investigativo: quanto è diventato difficile oggi capire se un dispositivo o una comunicazione sono realmente al sicuro?

«Il lavoro di chi produce strumenti di sorveglianza è intrinsecamente collegato all’esigenza di nascondere queste armi digitali, in modo che il bersaglio non le riconosca. Negli ultimi anni i risultati in tal senso sono stati incredibili. Tuttavia, torniamo alla pratica, all’esigenza di saper costruire il proprio “modello di rischio”, o threat model, cioè una valutazione concreta di chi possa essere il nostro attaccante e di quali risorse economiche disponga. Questo ci aiuta a stabilire il livello di attenzione da adottare e su quale tipo di strumenti, dispositivi o comunicazioni debba concentrarsi».

Quali segnali dovrebbero insospettire un giornalista che teme di essere sorvegliato?

«I segnali possono andare da un comportamento anomalo della connessione a una telefonata sospetta da parte di un operatore telefonico. Le casistiche sono così tante che perfino per chi si occupa principalmente di questi temi è improbabile conoscerle tutte. Per questo è importante lavorare soprattutto sulla prevenzione».

Organizzato da

Con il supporto di

Main Sponsor

Sponsor

Patrocinio di

In collaborazione con

un ringraziamento a