Ci sono luoghi che sopravvivono alle catastrofi, ma rischiano di scomparire ugualmente dalla memoria e dalla vita delle persone. È quello che è accaduto a Erto, il piccolo paese friulano segnato dalla tragedia del Vajont del 9 ottobre 1963, quando una gigantesca frana precipitò nel bacino artificiale della diga provocando un’onda devastante che causò quasi duemila vittime. Ma per gli abitanti di Erto la tragedia non terminò con il disastro. All’evacuazione del paese seguì una lunga battaglia per il diritto di tornare nelle proprie case, conservare le proprie radici e non perdere definitivamente il legame con il territorio. È questa la storia raccontata da La luna sott’acqua, il documentario di Alessandro Negrini che sarà proiettato lunedì 9 novembre alle ore 19 al MIV – Multisala Impero Varese, nell’ambito della quarta edizione di Glocal DOC.
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L’ingresso è gratuito, con prenotazione consigliata, e il regista sarà presente in sala per incontrare il pubblico e raccontare la realizzazione di un’opera che unisce memoria storica, testimonianze, immagini poetiche e una riflessione universale sul significato dell’appartenenza.
«Dalle parentesi, qualche volta, entra tutta la frase»
Per presentare il suo film a Glocal DOC, Alessandro Negrini ha scelto di partire proprio dal significato della parola glocal, che riassume la vocazione del festival: raccontare storie radicate in luoghi precisi, ma capaci di parlare al mondo intero. «Credo che “La luna sott’acqua” sia glocal perchè fa una cosa apparentemente impossibile: restare con i piedi in un luogo e, nello stesso momento, mettere un piede nel mondo». È il piccolo paese di Erto a diventare il centro di questa riflessione. «La luna sott’acqua nasce a Erto, un paese piccolo, ostinato, quasi una parentesi fra le montagne. Ma è proprio dalle parentesi che, qualche volta, entra tutta la frase».
Il film racconta infatti una vicenda che parte da una comunità delle Dolomiti friulane, ma finisce per affrontare questioni che riguardano tutti: la dignità delle persone, il rapporto con il potere, il diritto alla propria casa e la difficoltà di ricostruire un futuro quando il passato continua a pesare sul presente. Una storia di resistenza che Negrini ha seguito per circa dieci anni, entrando nella vita degli abitanti e cercando di comprendere cosa significhi continuare ad appartenere a un luogo che ha rischiato di essere cancellato.
La tragedia del Vajont e la resistenza degli abitanti di Erto
La notte del 9 ottobre 1963 una frana di circa 260 milioni di metri cubi di roccia precipitò dal Monte Toc nel bacino artificiale del Vajont. L’enorme massa d’acqua sollevata dalla frana travolse i centri abitati della valle, causando una delle più gravi catastrofi della storia italiana. Il documentario di Negrini, però, sceglie di rivolgere lo sguardo soprattutto a ciò che accadde successivamente. Dopo il disastro, Erto venne dichiarata inabitabile e la popolazione fu costretta ad abbandonare il paese. Secondo la ricostruzione proposta dal film, una parte degli abitanti si oppose all’allontanamento, aggirando i posti di blocco militari e percorrendo sentieri nascosti pur di tornare nelle proprie abitazioni.
Alcuni decisero di rimanere, nonostante le enormi difficoltà quotidiane, l’isolamento e l’incertezza sul futuro. Negrini racconta questa scelta come il tentativo di difendere qualcosa che va oltre gli edifici e le proprietà materiali. «Dopo il Vajont qualcuno avrebbe voluto che quel paese scomparisse anche dalle mappe, oltre che dalla biografia di chi lo aveva perduto. E invece gli abitanti hanno resistito: aggirando i blocchi dei militari, riprendendosi le proprie strade, le proprie case, i nomi, le fotografie, la memoria».
E conclude con una frase che racchiude il significato profondo della vicenda: «Hanno difeso persino il diritto di continuare a chiamare casa quel luogo». Il paese, dunque, non è soltanto lo scenario del documentario. Diventa uno dei suoi protagonisti, una presenza che custodisce il ricordo di chi non c’è più e continua a interrogare chi è rimasto. [lefoto id=2198203]
Un documentario tra realtà, sogno e memoria
La luna sott’acqua non è costruito come un reportage tradizionale sul Vajont. Alessandro Negrini sceglie un linguaggio cinematografico che intreccia testimonianze, immagini della natura, materiali d’archivio e sequenze oniriche. Il regista, insieme allo sceneggiatore Fabrizio Bozzetti, sviluppa un racconto nel quale il passato e il presente si sovrappongono, mentre il paesaggio delle montagne, la diga e il paese diventano parte di una memoria collettiva che continua a trasformarsi.
La natura non è soltanto lo sfondo della vicenda: sembra osservare le azioni degli uomini, custodirne le tracce e interrogarsi sul rapporto tra la bellezza dei luoghi e la violenza della storia. Anche per questo il documentario è stato definito un docu-sogno, un’opera che utilizza strumenti narrativi differenti per raccontare una realtà storica senza rinunciare alla dimensione poetica.
Nel film compare anche Mauro Corona, scrittore profondamente legato a Erto, insieme ad altri abitanti e testimoni che contribuiscono a restituire la complessità di una comunità sospesa tra la necessità di ricordare e il desiderio di guardare avanti. Al centro del racconto emerge inoltre una questione delicata: come si può dare una nuova vita a un luogo segnato da una tragedia senza trasformarne la memoria in qualcosa da dimenticare? Il progetto di un’opera artistica sulla diga diventa uno degli elementi attraverso cui il documentario affronta il confronto tra visioni differenti del futuro di Erto. Non si tratta di stabilire chi abbia ragione, ma di mostrare come la memoria possa continuare a essere viva, discussa e persino conflittuale.
«Quando il potere ci dice che non c’è più posto per la nostra dignità»
Nella dichiarazione inviata a Glocal DOC, Negrini conclude con una domanda che sposta definitivamente il racconto dal passato al presente e dal piccolo paese di Erto a una dimensione universale. «Forse è qui che il locale diventa globale: nella storia di un piccolissimo paese che, rifiutando di essere cancellato, finisce per porci una domanda che riguarda tutti noi: quando il potere ci dice che non c’è più posto per la nostra dignità, abbiamo ancora la forza di rispondere di no, di riprenderci quella luna rubata?»
È una domanda che attraversa il documentario e che, al di là della vicenda del Vajont, riguarda il rapporto tra gli individui e le istituzioni, il significato della memoria e il diritto delle comunità a scegliere il proprio futuro. Una storia profondamente locale che trova proprio nella sua specificità una dimensione universale, in piena sintonia con lo spirito di Glocal DOC – Storie locali, sguardo globale.
Come partecipare alla proiezione gratuita
Lunedì 9 novembre 2026 – ore 19.00
MIV – Multisala Impero Varese
LA LUNA SOTT’ACQUA
Regia di Alessandro Negrini
Italia – Slovenia, 2023
Ospite in sala: Alessandro Negrini, regista.
Ingresso gratuito con prenotazione consigliata.
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I biglietti prenotati devono essere ritirati il giorno stesso della proiezione entro 30 minuti dall’inizio.
La luna sott’acqua è uno dei documentari in concorso alla quarta edizione di Glocal DOC, il festival del documentario in programma a Varese dall’8 al 12 novembre, con proiezioni gratuite al MIV – Multisala Impero Varese e al Cinema Nuovo, incontri con registi e autori, eventi speciali e appuntamenti dedicati alle scuole.
































