San Vito Lo Capo, il paradiso salvato dalla raffineria: Giacomo Di Girolamo racconta come l’IA ricostruisce ciò che non è accaduto

Che cosa può raccontare il giornalismo di una storia che non è mai accaduta, ma che avrebbe potuto cambiare per sempre un territorio? E come può l’intelligenza artificiale generativa aiutare a ricostruire la memoria, senza sacrificare il rigore dell’inchiesta e l’etica professionale?

Sono alcune delle domande al centro dell’incontro “Cosa sarebbe potuto essere: inchiesta, memoria e intelligenza artificiale generativa nel giornalismo d’oggi”, in programma nell’ambito del festival Glocal 2026, dalle 21 alle 23 a Materia, in via Confalonieri 5 a Castronno.

Protagonista della serata sarà Giacomo Di Girolamo, giornalista e scrittore, direttore del portale Tp24.it e della radio Rmc 101, che presenterà l’esperienza di Paradiso Salvato. Il progetto ricostruisce una vicenda degli anni Settanta: la mobilitazione civile che fermò la realizzazione di un grande polo petrolchimico e di una raffineria a San Vito Lo Capo, preservando la costa trapanese da una trasformazione industriale potenzialmente devastante.

Attraverso l’inchiesta sul campo, la ricerca d’archivio e le ricostruzioni visive generate con l’intelligenza artificiale, Paradiso Salvato mette a confronto ciò che è accaduto con lo scenario alternativo che avrebbe potuto prendere forma. Un caso di studio che apre una riflessione sulle possibilità offerte dall’IA al giornalismo, ma anche sui limiti e sulle responsabilità di chi la utilizza per raccontare la realtà.

Di Girolamo, autore di inchieste e libri dedicati alla criminalità organizzata, tra cui L’invisibile, biografia del boss Matteo Messina Denaro, ha ricevuto nel 2014 il Premiolino per il suo lavoro giornalistico. Con lui parleremo di memoria, giornalismo investigativo e nuove tecnologie: strumenti che possono ampliare le possibilità del racconto, a condizione che restino saldi la verifica delle fonti e il rispetto dei fatti. Insieme a Varesenews racconta il suo progetto.

La storia di San Vito Lo Capo: come è possibile che una vicenda che avrebbe potuto cambiare radicalmente il volto della costa trapanese sia rimasta così poco conosciuta? E che cosa ci insegna oggi quella mobilitazione civile?
«È rimasta così poco conosciuta perché molto spesso ci concentriamo esclusivamente sulle storie negative e finiamo per dimenticare gli esempi luminosi che pure ci sono. La Sicilia è una terra di profonde contraddizioni, ma è anche il palcoscenico di battaglie e di resistenze vere, di vittorie civili che purtroppo restano spesso non raccontate. Quella mobilitazione oggi ci insegna proprio questo: che l’impegno congiunto di cittadini, intellettuali e amministratori locali può fermare le speculazioni e tutelare la vera vocazione economica di un territorio. Ci insegna, soprattutto, a non cedere al ricatto occupazionale: per difendere l’indotto della pesca e tutelare lo sviluppo turistico, la comunità rifiutò un’occupazione industriale temporanea e minima, che avrebbe in cambio comportato la devastazione irreversibile della costa».

“Paradiso Salvato” racconta non solo ciò che è accaduto, ma anche ciò che avrebbe potuto accadere. È un cambio di prospettiva importante per il giornalismo: può raccontare un futuro che non si è verificato senza rischiare di trasformare l’inchiesta in una forma di fiction?
«Il racconto non si trasforma in fiction perché il “futuro non verificatosi” che mostriamo è la rigorosa trasposizione visiva di dati storici e parametri tecnici accertati. L’inchiesta utilizza i dati del progetto originale ISAB e le relazioni parlamentari e ministeriali dell’epoca per mostrare un impatto ambientale calcolato matematicamente. I documenti dimostrano, ad esempio, che l’inquinamento marino e atmosferico non si sarebbe limitato alla baia di San Vito Lo Capo, ma avrebbe raggiunto le Saline di Trapani, Punta Raisi e, spinto dalle correnti e dal criminale lavaggio delle cisterne delle petroliere, persino Pantelleria e Mondello. Ricostruire questo scenario significa fare giornalismo investigativo basato su fatti inconfutabili, con la forza visiva dell’IA, anche».

Nel vostro progetto l’IA viene utilizzata per ricostruire visivamente uno scenario mai esistito. Dove passa secondo te il confine tra uno strumento narrativo efficace e una manipolazione della realtà?
«Il confine risiede unicamente nel rigore giornalistico e nell’assoluta fedeltà alle fonti d’archivio. L’intelligenza artificiale diventa manipolatoria se inventa il contesto, ma si trasforma in uno strumento narrativo formidabile quando si limita a renderizzare ciò che è scritto nei documenti ufficiali. Noi sappiamo con esattezza che l’area prescelta per la raffineria prevedeva un’estensione fino a 300 ettari sulla costa e che l’impianto avrebbe lavorato 14 milioni di tonnellate di greggio all’anno. Sappiamo anche che l’inquinamento avrebbe reso impossibile lo sfruttamento delle saline trapanesi e avrebbe dato al pesce un persistente sapore di petrolio. L’IA prende questi dati reali e li traduce in immagini, restituendo la dimensione visiva, cruda e letterale, di un disastro pianificato a tavolino».

Un giornalista ha sempre avuto a disposizione fotografie, documenti, mappe e testimonianze per ricostruire il passato. Che cosa aggiunge davvero l’IA generativa a questi strumenti e che cosa invece non potrà mai sostituire del lavoro giornalistico?
«L’IA generativa aggiunge una percezione immediata e un impatto emotivo dirompente, abbattendo la barriera dell’astrazione tipica dei documenti tecnici e burocratici. Mostrare un documento catastale degli anni ’70 richiede uno sforzo di immaginazione enorme per i non addetti ai lavori; una simulazione realistica, invece, colpisce dritto allo stomaco. Tuttavia, l’IA non potrà mai sostituire il lavoro giornalistico sul campo, la conduzione delle interviste o il fiuto investigativo. Un algoritmo non avrebbe mai potuto rintracciare la relazione riservata del Ministero dei Lavori Pubblici sul progetto, né avrebbe potuto recuperare la corrispondenza dell’epoca.  L’anima dell’inchiesta e la ricerca ostinata delle fonti primarie restano una prerogativa esclusivamente umana».

La memoria: quanto può essere potente mostrare attraverso un’immagine generata dall’IA ciò che abbiamo evitato di diventare? E come si può fare in modo che il lettore sappia sempre distinguere tra documento storico e ricostruzione?
«Mostrare il disastro evitato è il mezzo più potente per educare alla tutela del territorio. Vedere un paradiso naturale incontaminato compromesso per sempre da idrocarburi e ciminiere spinge a valorizzare profondamente ciò che abbiamo rischiato di perdere. Riguardo alla distinzione tra documento storico e ricostruzione, nel nostro web documentario – che abbiamo già ultimato – abbiamo fatto una scelta stilistica precisa: non ci sono ‘alert’, filigrane invasive o didascalie didascaliche. Non servono. È il racconto stesso, unito all’impatto visivo, a suggerire allo spettatore che stiamo entrando in un’altra dimensione. Il passaggio dalla realtà documentale alla simulazione del futuro distopico avviene in modo fluido ma inequivocabile, affidandosi alla forza della narrazione visiva per tracciare il confine tra la realtà d’archivio e l’incubo che per fortuna non si è mai concretizzato»

Dalla tua esperienza di giornalista e autore di inchieste, pensi che “Paradiso Salvato” possa diventare un modello per raccontare altre storie? Per esempio, città, territori o opere mai realizzate che avrebbero potuto cambiare radicalmente il paesaggio e la vita delle persone?
«Assolutamente sì. “Paradiso Salvato” è stato concepito fin dalle bozze progettuali come un format di quality journalism scalabile. Questa formula, che unisce indagine d’archivio, serie podcast, inchiesta web e moduli pensati per le scuole, è perfetta per raccontare disastri evitati o occasioni mancate in altri territori. Utilizzare questo format significa trasformare la memoria storica in uno strumento permanente di educazione civica e consapevolezza territoriale per le nuove generazioni».

Organizzato da

Con il supporto di

Main Sponsor

Sponsor

Patrocinio di

In collaborazione con

un ringraziamento a