Un manoscritto dimenticato durante un viaggio di nozze, una statua di Lenin e una storia familiare che attraversa trent’anni di cambiamenti politici e sociali. Sono gli elementi da cui prende forma C’era una statua di Lenin, il documentario di Vincenzo Campisi che sarà proiettato mercoledì 11 novembre alle ore 17 al MIV – Multisala Impero Varese, nell’ambito della quarta edizione di Glocal DOC. Il film parte da un episodio apparentemente piccolo: nel 1990, quando l’Unione Sovietica si avvicinava alla propria dissoluzione, una giovane coppia siciliana scelse proprio l’URSS come destinazione del viaggio di nozze. Durante quel viaggio, il marito scrisse un manoscritto intitolato La società ideale, che però rimase dimenticato in una casa di Bender, nell’attuale Moldavia, accanto a una statua di Lenin.
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Trent’anni dopo, il figlio di quella coppia, Vincenzo Campisi, decide di ripercorrere il viaggio dei genitori insieme a una piccola troupe cinematografica, cercando di ritrovare il libro e, nello stesso tempo, di comprendere che cosa sia rimasto del mondo attraversato da sua madre e suo padre. L’ingresso alla proiezione è gratuito, con prenotazione consigliata, e il regista sarà presente in sala per incontrare il pubblico e raccontare la realizzazione di un documentario che intreccia memoria personale, storia e trasformazioni geopolitiche.
Un viaggio di nozze nell’Unione Sovietica del 1990
Il 1990 è un anno particolare per l’Europa orientale. Il sistema sovietico sta attraversando una crisi profonda e l’Unione Sovietica, che si dissolverà l’anno successivo, è ancora formalmente un unico Stato, pur mostrando già le fratture che porteranno alla nascita di nuove realtà nazionali. È in questo contesto che due giovani sposi siciliani scelgono di trascorrere la luna di miele in territori che oggi appartengono alla Moldavia.
Tornano in Italia con fotografie, ricordi e racconti destinati a diventare parte della memoria familiare. Ma qualcosa rimane indietro: il manoscritto scritto dal padre durante il viaggio. Campisi decide di partire proprio da quell’assenza. «C’era una statua di Lenin nasce da una storia piccolissima: un quaderno che mio padre ha perso in Moldavia durante il viaggio di nozze nel 1990, e che trent’anni dopo sono andato a cercare», racconta il regista nella dichiarazione inviata appositamente a Glocal DOC.
Il desiderio di recuperare quel testo diventa il motivo per tornare nei luoghi conosciuti attraverso i racconti ascoltati fin dall’infanzia. Ma la ricerca assume presto un significato più ampio: non si tratta soltanto di ritrovare un oggetto, bensì di osservare come il passare del tempo abbia modificato paesi, confini, comunità e identità. Il manoscritto diventa così il filo conduttore di un documentario che utilizza il viaggio come strumento per interrogare la memoria. [lefoto id=2200471]
Gagauzia, Soroca e Transnistria: dentro un’Europa che continua a cambiare
Il percorso di Campisi attraversa alcuni dei territori meno conosciuti dell’Europa orientale, luoghi nei quali le trasformazioni politiche degli ultimi decenni hanno lasciato tracce profonde. La Gagauzia, regione autonoma della Moldavia caratterizzata da una propria identità linguistica e culturale, è una delle tappe del viaggio. Qui il film incontra le testimonianze di una società nella quale il passato sovietico continua a convivere con le trasformazioni del presente.
A Soroca, città moldava affacciata sul fiume Dniester, la troupe attraversa anche la collina abitata dalla comunità rom, entrando in contatto con una realtà culturale che aggiunge un’altra prospettiva al racconto del Paese. Il viaggio prosegue verso la Transnistria, territorio separatista che si è proclamato indipendente dalla Moldavia, senza ottenere un riconoscimento internazionale come Stato sovrano.
È qui che il documentario incontra uno dei momenti più particolari della sua lavorazione. Nella lettera con cui ha presentato il film alla selezione di Glocal DOC, Campisi racconta infatti: «Fermati al checkpoint di frontiera di Bender, abbiamo dovuto completare le riprese dirigendo il nostro operatore a distanza, via telefono, cercando le tracce del testo nei pressi di una statua di Lenin». Un episodio che mostra concretamente come le difficoltà geopolitiche e amministrative di un territorio possano entrare anche nel processo di realizzazione di un documentario. La ricerca familiare si confronta così con confini, controlli e divisioni che, trent’anni prima, avevano un significato molto diverso. E il film diventa anche il racconto di un’esperienza cinematografica nella quale il regista deve continuamente adattare il proprio sguardo alle situazioni incontrate.
«In ognuno ho trovato qualcuno che porta addosso la fine di un mondo intero»
Nella dichiarazione dedicata a Glocal DOC, Campisi torna sul rapporto tra i luoghi attraversati e la storia delle persone che li abitano. «Ho rifatto tutto il loro viaggio, seguendo i racconti che sento in casa da sempre: la Gagauzia, Soroca, la Transnistria. Sono luoghi piccolissimi, ma in ognuno ho trovato qualcuno che porta addosso, senza enfasi, la fine di un mondo intero». È una delle riflessioni più significative del documentario.
La dissoluzione dell’Unione Sovietica, la nascita di nuovi Stati e le tensioni che hanno attraversato l’Europa orientale sono avvenimenti generalmente raccontati attraverso le decisioni dei governi, le trasformazioni istituzionali e gli equilibri internazionali. C’era una statua di Lenin sceglie invece di osservare quelle stesse trasformazioni attraverso i luoghi e le persone. Il racconto non cerca necessariamente grandi protagonisti della storia, ma si sofferma sulle testimonianze raccolte durante il viaggio, sui segni lasciati dagli avvenimenti nel paesaggio e sulle diverse memorie che convivono all’interno delle comunità.
Il documentario restituisce così il ritratto di un Paese complesso, nel quale le eredità del Novecento continuano a influenzare il modo in cui le persone interpretano il proprio passato e immaginano il futuro. La ricerca di un manoscritto diventa una domanda più ampia: che cosa resta di un mondo quando cambiano gli Stati, i confini e i sistemi politici che lo hanno definito?
Da Bender a Cavriago, una statua di Lenin anche in Emilia
Il viaggio raccontato dal film non termina però nell’Europa orientale. L’ultima tappa porta infatti Campisi a Cavriago, in provincia di Reggio Emilia, un paese che custodisce da oltre cinquant’anni un busto di Lenin, testimonianza di una particolare storia politica e culturale locale. Un elemento che crea un collegamento inatteso tra i territori moldavi e la provincia italiana. «L’ultima tappa è Cavriago, in Emilia, che ha un busto di Lenin da oltre cinquant’anni: lo stesso Novecento riaffiora a pochi chilometri da casa, in un’altra piazza di provincia», spiega Campisi.
La statua, elemento ricorrente lungo il percorso del film, assume così significati differenti a seconda del luogo in cui si trova. In Moldavia è una traccia della storia sovietica e delle sue trasformazioni. A Cavriago diventa parte della memoria politica e culturale di una comunità italiana. La presenza dello stesso simbolo in luoghi così distanti permette al documentario di costruire un dialogo tra territori che, pur avendo vissuto esperienze storiche molto differenti, conservano tracce di una stessa stagione del Novecento.
Una storia familiare che diventa un racconto glocal
È proprio in questo passaggio dalla dimensione privata a quella collettiva che Campisi individua la relazione tra il suo film e lo spirito di Glocal DOC. Il documentario nasce da un ricordo familiare, da un libro dimenticato e dal desiderio di un figlio di ritrovare qualcosa che appartiene alla storia dei propri genitori. Ma nel corso del viaggio quella ricerca si trasforma in un confronto con il passato e il presente di intere comunità.
Nella lettera di presentazione al festival, il regista scrive: «Girato tra il 2021 e il 2026, il film mette in dialogo una memoria privata con i mutamenti storici dell’Europa orientale, raccontando come le vicende globali finiscano per ridisegnare i destini individuali e le realtà territoriali».
Un principio che trova una corrispondenza diretta nella vocazione del festival varesino: “Storie locali, sguardo globale”. Per Campisi, infatti, è proprio la capacità di osservare un luogo nella sua specificità a permettere di comprendere questioni più grandi. «Credo che i territori si raccontino così: restando dentro piccoli luoghi, ma abbastanza a lungo da vedere (in controluce) il secolo intero che li ha attraversati». Una riflessione che riassume il valore del documentario: partire da una vicenda personale per arrivare a interrogarsi sul rapporto tra storia, memoria e identità.
Come partecipare alla proiezione gratuita
Mercoledì 11 novembre 2026 – ore 17.00
MIV – Multisala Impero Varese
C’ERA UNA STATUA DI LENIN
Ritratto scomposto della Moldavia
Regia di Vincenzo Campisi
Italia, 2026 – Durata: 64 minuti
Ospite in sala: Vincenzo Campisi, regista.
Ingresso gratuito con prenotazione consigliata.
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I biglietti prenotati devono essere ritirati il giorno stesso della proiezione entro 30 minuti dall’inizio.
C’era una statua di Lenin è uno dei documentari in concorso alla quarta edizione di Glocal DOC, il festival del documentario in programma a Varese dall’8 al 12 novembre, con proiezioni gratuite al MIV – Multisala Impero Varese e al Cinema Nuovo, incontri con registi e autori, eventi speciali e appuntamenti dedicati alle scuole.
































