Come si può ricostruire il ricordo di una persona che non si è mai conosciuta? Possono alcune fotografie, una casa, una strada o le parole di qualcuno restituire un volto e un’identità a chi è rimasto assente per tutta una vita? Sono le domande che attraversano Lo spazio vuoto, il documentario di Stefano P. Testa e Alberto Ceresoli, in programma martedì 10 novembre alle ore 17 al MIV – Multisala Impero Varese, nell’ambito della quarta edizione di Glocal DOC. Il film racconta una vicenda profondamente personale: quella di Alberto, che oltre trent’anni dopo la morte della madre biologica decide di ricostruirne la storia attraverso i luoghi in cui ha vissuto, le fotografie conservate e le testimonianze di chi l’ha conosciuta.
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L’ingresso è gratuito, con prenotazione consigliata, e i due registi saranno presenti in sala per incontrare il pubblico e raccontare la realizzazione del documentario. Un’opera che nasce da una ricerca familiare, ma si trasforma progressivamente in una riflessione sulla memoria, sull’identità e sulla possibilità di ritrovare una presenza attraverso le tracce lasciate nel mondo.
La storia di Luisa, una madre mai conosciuta
La vicenda ha inizio nella notte del 13 ottobre 1990, all’ospedale di Montichiari, in provincia di Brescia. Luisa De Santis ha diciannove anni, ha appena dato alla luce il suo secondo figlio e si toglie la vita. Dopo un breve periodo in orfanotrofio, i due bambini vengono adottati da una famiglia bergamasca e crescono senza avere ricordi dei genitori biologici. Passano più di trent’anni prima che Alberto decida di intraprendere un viaggio alla ricerca delle proprie origini e della donna che non ha mai avuto la possibilità di conoscere.
Da quella ricerca nasce Lo spazio vuoto, un documentario nel quale Alberto non è soltanto il protagonista della vicenda, ma anche uno dei due registi. «Nel 2023 Alberto mi ha contattato proponendomi l’idea di realizzare un film documentario sulla storia di Luisa De Santis, sua madre biologica», racconta Stefano P. Testa nelle note di regia. «Non conoscevo la sua storia famigliare, ma dopo averla ascoltata ho accettato subito. Il soggetto mi interessava profondamente, per il suo carattere intimo e tragico, in continuità con i temi che avevo già esplorato nei miei lavori precedenti».
Per Testa, già autore di documentari dedicati alla memoria e alle relazioni familiari, era la prima esperienza di co-regia. Per Ceresoli, invece, il primo confronto diretto con il linguaggio cinematografico. Un incontro tra due percorsi diversi che ha dato origine a un lavoro di ricerca e costruzione condivisa. «Fin dall’inizio abbiamo riconosciuto una forte affinità sul piano estetico, narrativo e poetico. I ruoli si sono delineati in modo naturale: Alberto come ricercatore e guida, io come osservatore e primo testimone». [lefoto id=2199781]
«Le fotografie di Luisa esistono, ma senza il sostegno del ricordo rischiano di restare immagini mute»
Il cuore del documentario è il tentativo di costruire un ritratto attraverso ciò che resta di una persona. Alberto incontra chi ha conosciuto sua madre, ascolta racconti, recupera fotografie, attraversa luoghi e cerca di mettere in relazione frammenti di una storia che non ha potuto vivere. Ma la memoria non è un archivio nel quale ogni elemento può essere recuperato e collocato al proprio posto. Alcuni ricordi sono incompleti, altri contraddittori, altri ancora difficili da condividere.
Come spiegano i registi nelle note che accompagnano il film, «le fotografie di Luisa esistono, ma senza il sostegno del ricordo rischiano di restare immagini mute, superfici che non restituiscono una presenza». È da questa difficoltà che nasce una delle scelte narrative più importanti del documentario: affiancare alle testimonianze e ai documenti una dimensione immaginativa, attraverso la quale dare forma a una figura materna che Alberto può soltanto provare a ricostruire.
La ricerca non riguarda quindi soltanto i fatti, ma anche le emozioni, le percezioni e i significati che quei frammenti assumono nella vita di chi li ritrova. Lo stesso Stefano P. Testa spiega come la scelta di lasciare Alberto fuori dall’inquadratura abbia contribuito a definire il linguaggio del film. «Così come la figura della madre ci appariva sfuggente e opaca, anche quella del figlio doveva rimanere in disparte, fuori campo. Solo in questo modo era possibile dare forma al vuoto che volevamo raccontare». Ne è nato un documentario dal ritmo osservativo e contemplativo, nel quale lo spettatore accompagna Alberto senza sostituirsi a lui, condividendone progressivamente le scoperte.
La narrazione procede a ritroso, dalla morte di Luisa fino alla sua infanzia, seguendo il percorso della ricerca. E senza pretendere di fornire risposte definitive. «Un elemento centrale dell’approccio registico è stata la volontà di sospendere il giudizio», sottolinea Testa, spiegando il tentativo di restituire la complessità della vita di Luisa attraverso uno sguardo capace di accogliere sentimenti differenti, dall’amore alla rabbia, fino alla sofferenza.
Dai luoghi della provincia di Brescia a una storia universale
Per presentare Lo spazio vuoto a Glocal DOC, Alberto Ceresoli ha inviato una riflessione dedicata al rapporto tra la dimensione locale della storia e la sua capacità di parlare a un pubblico più ampio. Il regista parte proprio dai territori attraversati durante la ricerca, tra Montichiari e altri luoghi della provincia bresciana.
«La dimensione geografica del documentario “Lo spazio vuoto” si definisce con l’attraversamento di luoghi della provincia bresciana. Il cimitero, il parco, l’archivio del giornale locale, l’ospedale, le strade e le case che in un primo momento non avevano per noi alcun significato se non di natura paesaggistica e architettonica, in relazione ai racconti su Luisa e nel processo di costruzione della sua immagine, hanno iniziato ad acquisire valore affettivo e simbolico». Luoghi apparentemente ordinari si trasformano così in spazi della memoria. Un edificio, una strada o una fotografia non sono più soltanto elementi di un paesaggio, ma diventano parte di una storia personale.
È il percorso attraverso il quale il documentario supera la dimensione strettamente autobiografica. «L’impianto autobiografico del documentario, lo spazio vuoto di un sentire personale, l’urgenza di raccontarlo, possono così edificare un sentimento collettivo», spiega Ceresoli. Una riflessione che trova una corrispondenza diretta nella vocazione di Glocal DOC – Storie locali, sguardo globale: partire da persone e territori specifici per affrontare questioni che riguardano tutti. Perché l’assenza, la necessità di conoscere le proprie origini e il rapporto con i ricordi sono esperienze che, in forme differenti, attraversano ogni storia familiare. «Esiste una visione collettiva, esistono immagini presenti in ognuno di noi che possono essere scoperte attraverso il cinema, immagini che documentano segni di vita», conclude il regista.
Vinicio Capossela e la musica di una memoria che si ricompone
Un ruolo particolare nella costruzione del documentario è affidato alla musica, con composizioni originali di Vinicio Capossela e William Limonta. La partecipazione di Capossela è nata durante una delle prime fasi del montaggio, quando i registi gli hanno inviato una versione ancora provvisoria del film. Pochi giorni dopo, il musicista ha realizzato una prima melodia ispirata alle immagini e alla storia di Luisa.
Capossela racconta di aver scelto inizialmente il pianoforte preparato, uno strumento nel quale vengono inseriti oggetti tra le corde per modificarne il suono. «Ho provato a registrare con il cosiddetto piano preparato, cioè un piano tra le cui corde sono stati apposti viti, conchiglie e altre cianfrusaglie, perché a me evoca il senso di una bellezza che va in frantumi e inserisce un elemento materico in quell’universo immateriale che è la musica». Una scelta musicale che sembra dialogare con il linguaggio del documentario: una melodia che porta con sé piccole alterazioni, come una memoria che non può essere ricostruita completamente, ma continua a esistere attraverso frammenti. La presenza di Capossela contribuisce a dare al film una dimensione ulteriore, nella quale la musica non si limita ad accompagnare le immagini, ma partecipa alla costruzione delle emozioni e del racconto.
Un documentario premiato nei festival
Prodotto da Lab 80 film e PERSEOfilm, Lo spazio vuoto è stato presentato in anteprima mondiale al Biografilm 2026 di Bologna, dove ha ottenuto il Premio Hera “Nuovi Talenti”. Il documentario ha inoltre ricevuto il Premio del pubblico “Signum” al Salina Doc Fest ed è stato selezionato in diversi festival italiani e internazionali, tra cui Venice Film Week, Not Film Fest e Verona International Film Festival.
Riconoscimenti che accompagnano il percorso di un’opera particolare, capace di affrontare un’esperienza personale attraverso un linguaggio cinematografico che unisce osservazione, ricerca documentaria e immaginazione. La proiezione a Glocal DOC offrirà l’occasione di approfondire direttamente con gli autori il rapporto tra realtà e racconto, il lavoro sulle testimonianze e il delicato equilibrio tra ricostruzione della memoria e rispetto della persona.
Come partecipare alla proiezione gratuita
Martedì 10 novembre 2026 – ore 17.00
MIV – Multisala Impero Varese
LO SPAZIO VUOTO
Regia di Stefano P. Testa e Alberto Ceresoli
Italia, 2026 – Durata: 96 minuti
Produzione Lab 80 film e PERSEOfilm
Musiche originali di Vinicio Capossela e William Limonta
Ospiti in sala: i registi Stefano P. Testa e Alberto Ceresoli.
Ingresso gratuito con prenotazione consigliata.
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I biglietti prenotati devono essere ritirati il giorno stesso della proiezione entro 30 minuti dall’inizio.
Lo spazio vuoto è uno dei documentari in concorso alla quarta edizione di Glocal DOC, il festival del documentario in programma a Varese dall’8 al 12 novembre, con proiezioni gratuite al MIV – Multisala Impero Varese e al Cinema Nuovo, incontri con registi e autori, eventi speciali e appuntamenti dedicati alle scuole.
































