Il consumo di notizie in Italia è il secondo più alto d’Europa dopo quello della Finlandia, eppure la fiducia nel giornalismo continua a calare. È la lettura di Carlo Bartoli (nella foto, a Glocal 2024), presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti, riguardo i dati del Digital News Report Italia, uno dei due studi al centro del panel di apertura di Glocal 2026, che si terrà il 9 novembre dalle 9.30 alle 12.30 nella Sala Campiotti della Camera di Commercio.
L’incontro, dal titolo “Chi si fida ancora del giornalismo? Lettori, algoritmi, intelligenza artificiale e altri dati” vede insieme a Bartoli Domenico Affinito, segretario generale aggiunto vicario della Federazione nazionale della stampa italiana, Pina Debbi, vicedirettrice del Tg La7, Marco Ferrando, vicedirettore di Avvenire e docente al Master in giornalismo dell’Università di Torino, Paolo Piacenza, giornalista e tutor al Master in giornalismo di Torino, e Riccardo Sorrentino, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, in un incontro moderato da Marco Giovannelli, direttore di VareseNews.
Il punto di partenza dell’incontro che dà il via alla 15esima edizione del festival è una domanda: se i lettori ci sono ancora, perché si fidano sempre meno dei giornalisti? Una questione che non si può ridurre al cambio delle abitudini del pubblico, alla moltiplicazione delle fonti o all’intelligenza artificiale: perchè la sfida più grande resta comunque ricostruire la fiducia.
Le possibili soluzioni saranno cercate nel panel grazie ai dati della terza edizione del Digital News Report Italia, realizzato dal Reuters Institute con il Master di giornalismo di Torino, e a quelli della quarta edizione del Rapporto sul giornalismo digitale dell’Ordine dei giornalisti: ma abbiamo provato comunque a riepilogare lo “stato degli atti” con il presidente nazionale dell’Ordine, Carlo Bartoli.
Quanto è importante la fiducia nel lavoro giornalistico, e quanta ne è rimasta nei lettori?
«Il tema della fiducia verso i giornalisti è il fulcro del recente rapporto Reuters che ci offre spunti di grande interesse. Da una parte vediamo il calo complessivo di fiducia verso le notizie giornalistiche, dall’altro però si registra il secondo consumo più alto di notizie in Europa, secondi solo alla Finlandia. Quindi c’è disillusione ma anche consapevolezza dell’importanza di essere informati. Cala l’interesse per radio e quotidiani tradizionali. Cala pesantemente anche la fiducia nel servizio pubblico radiotelevisivo, e questo dispiace, ma le risposte emerse dal sondaggio sono chiare, “troppa influenza della politica” oppure “troppa poca imparzialità”. Colpisce, invece, sia la crescita di attenzione dei giovani che la trasformazione nelle modalità di fruizione. Le notizie sui social vengono viste con diffidenza, ma se le notizie vengono presentate – sui social media o sulle piattaforme digitali in genere – da giornalisti o content creator digitali ritenuti affidabili, allora vengono apprezzate; emergono quindi nuove forme di fruizione del giornalismo».
Ci sono delle regole per mantenere la fiducia dei lettori? Se sì, quali sono?
«Leggendo le statistiche e dando uno sguardo d’insieme, la risposta è chiara: sono le regole classiche del giornalismo. Le persone non sono stanche delle notizie. Sono stanche delle notizie date male, o “piegate” ad interesse di parte, o date in forme antiquate. Per rilanciare il rapporto di fiducia con i cittadini nell’era delle tecnologie digitali, i giornalisti devono restare nel solco della tradizione: autonomia, indipendenza, separazione dei fatti dalle opinioni, autorevolezza del lavoro, riscontro dei fatti, controllo delle fonti. D’altronde lo si vede anche quando i giovani si spostano verso giornalisti che operano come “digital creator” o youtuber e, nella maggioranza dei casi, lo fanno con un approccio “neutro” e fattuale, che li distingue dagli “influencer” che invece guadagnano soldi da committenti interessati a vendere».
Qual è il lavoro dell’Ordine nella ricostruzione di questa fiducia? Il rapporto, e il partire dai dati, si inserisce in questo contesto?
«I risultati della ricerca Reuters convergono con le indicazioni che giungono dal nostro Osservatorio sul giornalismo digitale, che produce ogni anno un report dedicato alle trasformazioni del giornalismo, con particolare attenzione all’Intelligenza Artificiale. I risultati di Reuters si combinano anche con altre ricerche sulla professione svolte da diverse università, tra cui quella recente de La Sapienza di Roma su “lo stato del giornalismo”.
Emerge anche un altro aspetto: per rafforzare la fiducia serve un giornalismo “forte”, anche dal punto di vista del lavoro. La collega o il collega precario o sottopagato, vede erodere i suoi margini di autonomia. L’utilizzo abnorme di collaboratori autonomi – anche questi sottopagati e sotto pressione con ritmi asfissianti – rischia di incidere sulla qualità e sul rispetto della deontologia, che deve essere il faro del giornalismo nella rivoluzione digitale. Molte di queste ricerche sono state sollecitate e sostenute dagli organismi di categoria e ad esse fanno seguito momenti di confronto ed eventi formativi e di sensibilizzazione come il Festival di Varese. È un lavoro di lungo periodo ma che abbiamo iniziato sin dalla scorsa consiliatura, rafforzando e potenziando, anche dal punto di vista delle risorse economiche, la formazione per i giornalisti.
Infine, c’è il tema della riforma della legge professionale. A volte all’Ordine sembra di procedere con un braccio legato. Difficile muoversi in questo scenario in continua e rapida trasformazione, con norme che risalgono a sessantatré anni fa. Un’altra era geologica: dall’esame di stato, all’accesso, al funzionamento degli albi, alle procedure disciplinari e tanto altro. Non è più rinviabile una riforma che ci metta in grado di affrontare efficacemente le sfide del futuro. Non è solo una questione della categoria, ne va del diritto dei cittadini ad essere correttamente e pienamente informati».
































