Dove l’hai letto? Su Facebook

di Antonella Scarcella

I social network stanno cambiando il nostro modo di vivere, e di leggere. Le redazioni decidono cosa postare su Facebook e se il giornalista non è abbastanza social rischia di guadagnare di meno. Il times of India, ad esempio, ha deciso di tagliare gli stipendi ai giornalisti poco attivi sui social. Ma perché i social sconvolgono prodotti e liturgie? Il giornale sta diventando obsoleto o alieno? Queste sono alcune delle domande che Claudio Giua, giornalista del gruppo Espresso, ha posto durante il Glocal Idee “Qualità e redditività dei giornali nell’era dei social network e degli smartphone”. Le nostre abitudini sono cambiate? Sì, stiamo diventando multidevice: l’80 per cento delle persone appena sveglie, in media, spende 15 minuti per controllare lo smartphone; le notizie si leggono tramite internet e la crisi della carta stampata non si arresta.

In Italia, a settembre 2015, è in rete il 52 per cento dei cittadini e i più connessi sono compresi tra i 18 e i 54 anni. Leggiamo le news, ancora per poco forse, direttamente sui siti dei giornali, ma l’accesso alle informazioni tramite i social network e i motori di ricerca è in crescita. Dunque la crisi dei giornali è dovuta al web? La risposta è negativa. I giornali sono in crisi da molto prima: dal 1990 al 2013 c’è stato un calo di vendite del 45 per cento. Anzi, la diffusione globale è in aumento nei paesi in crescita come India e Cina, ma i ricavi globali non crescono più perché il mercato editoriale ha regole diverse e sebbene si vendano più copie il bilancio resta negativo. Inoltre la pubblicità vale di meno e con il digitale non si riesce a recuperare quello che si perde.

Per ogni 7 dollari di pubblicità persi su carta ne viene recuperato 1 sul web. Agli editori dell’informazione non si dà più del 10 per cento della pubblicità digitale: nel 2014 in Italia è cresciuta del 12 per cento, quando solo Google ha fatturato oltre il 50 per cento del totale. Insomma, il futuro è digitale, ma nello stesso tempo non si riesce a trovare una formula per monetizzare i contenuti on-line.

 

I quotidiani italiani sono 111, 25 nazionali e 86 locali, con una diffusione di circa 3 milioni di copie e un indice di penetrazione del 6,6 per cento. Si vende lo stesso numero di copie che si vendeva nel 1919 e i quotidiani locali valgono più dei nazionali.

 

 

Cosa devono fare i giornali?Bisogna puntare tutto sul digitale? Il New York Times  ha fatto molto per il digitale, ha venduto il secondo giornale Boston Globe e about.com concentrando tutto sulla testata principale. Tuttavia i ricavi digitali rappresentano solo il 20 per cento del fatturato totale e, tra le altre cose, per la prima volta nella storia il Washington Post ha superato il quotidiano di New york. Conviene focalizzarsi o diversificare?
Il problema resta legato alla pubblicità: sta crescendo molto sul mobile, ma i giornali e i siti ne intercettano una parte piccolissima. Gli editori sono molto preoccupati dagli Adblocker, che però nello stesso tempo potrebbero essere un’occasione per capire come monetizzare i contenuti.

 

Un’editoria che diventa tecnologia, dove il produttore deve scendere a compromessi con i colossi come Google e Facebook. Del resto già succede con gli Instant articles, articoli pensati direttamente per il social, senza caricamento della pagina.

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